Elizabeth Siddal:
La Musa che Divenne Artista - Intervista a Martina Tozzi
Quando l'arte incontra la passione e la storia si intreccia con la letteratura contemporanea, nascono romanzi che sanno restituire voce a chi l'ha perduta nel tempo. È il caso di "Il sogno semplice di un amore" di Martina Tozzi, un'opera che riporta in vita Elizabeth Siddal, la celebre modella preraffaellita che fu molto più di una semplice musa ispiratrice.
Conosciuta principalmente per essere stata l'Ofelia immortalata da John Everett Millais, Elizabeth Siddal era anche pittrice e poetessa, un'artista dalla personalità complessa che lottò per conquistare la propria indipendenza creativa nella rigida società vittoriana. Nel suo romanzo, Martina Tozzi ci accompagna nell'affascinante mondo della Londra ottocentesca, tra gli atelier dei preraffaelliti e le contraddizioni di un'epoca che negava alle donne il diritto di essere soggetto e non solo oggetto d'arte.
Attraverso una ricerca appassionata e un'immersione totale nella vita di Elizabeth, l'autrice riesce a restituire dignità e voce a una figura femminile troppo spesso ridotta al ruolo di musa tormentata. Un romanzo che parla di arte, amore e libertà creativa, temi sempre attuali che risuonano forte anche oggi.
Abbiamo incontrato Martina Tozzi per parlare del suo lavoro di ricerca, della fascinazione per le figure femminili del passato e di come sia riuscita a dar vita a una delle donne più enigmatiche dell'arte preraffaellita.

Quale dettaglio della sua vita ha fatto scattare quella scintilla narrativa che riconosci come l'inizio di ogni storia?
La storia di Lizzie mi ha sempre in un certo modo “chiamato,” da quando la conoscevo solo come la modella di importanti quadri preraffaelliti. L’immagine dell’Ofelia di Millais ha sempre esercitato su di me un grandissimo fascino, e quando, molto giovane, facendo ricerche su di lei, ho scoperto che Lizzie era anche un’artista ho pensato che la sua storia meritasse di essere raccontata. Ma prima che ipotizzassi di poter essere io a raccontarla sono passati molti anni! Ad accendere davvero la scintilla sono state le sue poesie: dopo aver, quasi per caso, letto alcuni dei versi di Lizzie, ho percepito la sua voce. Ho sentito una connessione con il suo spirito, come capita a volte con autrici e autori del passato che sono capaci di parlarci con le giuste parole. Da quel momento, Lizzie non mi ha più lasciato, e ho sentito che non potevo far altro che assecondare il mio impulso e raccontare la sua storia.

Elizabeth emerge dalle pagine come una donna dalla personalità stratificata e contraddittoria. Quale aspetto del suo carattere ti ha affascinata di più durante il processo di scrittura?
Ho apprezzato moltissimo la sua caparbietà. Lizzie desidera diventare artista e, in un mondo che la vorrebbe solo oggetto d’ammirazione, desidera essere soggetto, creare. Per questo non si lascia sfuggire le occasioni che la vita le mette a disposizione, insegue il suo sogno senza scoraggiarsi. Ho amato anche il suo continuo studiare, il suo impegno costante per migliorarsi. È una qualità che ammiro in ogni artista.
Nel romanzo, Elizabeth non è solo musa ma anche artista, un aspetto spesso trascurato a cui tu sei riuscita a rendere giustizia. Quanto è stato difficile per te restituire questa duplice natura, spesso dimenticata dalla storia ufficiale?
In realtà, da quando ho scoperto l’arte e le poesie di Lizzie ho iniziato a vederla principalmente come artista, e mi è parso quasi di poter percepire fisicamente la sua frustrazione nel non essere considerata tale. Sentivo anche la sua angoscia, tipica di ogni artista, nel non riuscire a rendere reali visioni che, nell’immaginazione, appaiono grandiose e perfette, e che poi rese su carta sembrano solo vaghe ombre di un sogno incantevole. Poiché il mio principale campo di indagine è la letteratura, per poter rendere il mondo artistico di Lizzie ho studiato più che ho potuto l’arte, ho letto libri, ascoltato lezioni e osservato con i miei occhi dipinti. Ho fatto una scorpacciata d’arte, ma ero preoccupata di non riuscire a rendere l’interiorità di una pittrice, e una delle mie maggiori soddisfazioni come scrittrice è stato ricevere messaggi da lettrici artiste che mi hanno detto che, sì, ai loro occhi sono riuscita a creare la perfetta illusione di quel mondo
L'ambiente preraffaellita rappresenta un microcosmo artistico e sociale rivoluzionario, che mi attrae ma che facevo fatica a sentire “vivo”, a immaginare, finché non ho letto il tuo romanzo. Come hai ricreato quella specifica atmosfera creativa della Londra del 1850?
Grazie, Noemi. La Londra ottocentesca è da sempre la terra delle mie fantasie, ho letto così tanto sull’argomento che mi pare quasi di aver vissuto davvero in quegli anni. L’epoca vittoriana è un tempo contraddittorio: da una parte, la società era rigida e inalterabile, ma dall’altra era un periodo ricco di scoperte, creatività e desiderio di cambiamento. Ho sempre ammirato tantissimo la pittura preraffaellita, e ho cercato di indossare la pelle degli artisti, comprendere i loro ideali, di raccontare la storia di una confraternita che nasceva da un sogno: rendere l’arte libera da ogni catena.
Dante Gabriel Rossetti è una figura centrale, complessa e “ingombrante”. Quali sfumature del suo carattere hai scelto di mettere in luce per rendere comprensibile il suo rapporto tormentato con Elizabeth?
È stato difficile riuscire a scegliere cosa raccontare di Gabriel, e come. Con Lizzie (e l’arte), Gabriel è il protagonista del romanzo, eppure buona parte della storia è raccontata dal punto di vista di Elizabeth e quindi è attraverso i suoi occhi che Gabriel, piano piano, ci viene rivelato. Ho trovato necessario aggiungere dei capitoli che mostrassero anche il suo punto di vista, non solo perché questo mi ha permesso di raccontare la storia oltre il limite della vita della sua protagonista, fino alla definitiva nascita di una leggenda, ma anche perché mi sembrava interessante mostrare le cose sotto una doppia luce. Spesso si perdona molto agli artisti che, per propria natura, si dice, sono eccentrici, incapaci di stringere legami. Ma certi atteggiamenti possono avere conseguenze dolorose sugli altri. Ho cercato di sospendere il giudizio e di mostrare un Gabriel a tutto tondo, seppur in relazione a Lizzie: pregi e difetti, ambizioni e timori, sogni e incubi.

Le fonti storiche su Elizabeth Siddal, come su tante altre donne nella storia sono limitate. Come hai colmato i vuoti documentali mantenendo la fedeltà al suo spirito autentico?
Cercare di essere fedele a Lizzie è stata sempre la mia principale preoccupazione durante lo studio e la stesura del romanzo. Volevo, per quanto possibile, rendere giustizia alla donna e all’artista che davvero è vissuta, scomparire quasi completamente dalle pagine per far udire la sua voce, non la mia. Purtroppo certe zone della sua esistenza restano oscure, perché di Lizzie sono rimaste solo poche lettere, per il resto disponiamo di descrizioni di altri, di chi forse non l’ha mai davvero capita, come il fratello di Gabriel, William. Ho letto molte biografie, saggi e interpretazioni successive, ho guardato le sue opere e letto e riletto le sue poesie, e ho provato a comprendere il suo spirito. Lizzie pone molte domande, e non dà risposte: ho fatto del mio meglio per interpretare le sue scelte, e spero di aver inteso almeno in parte il suo cuore. Ho provato a rendere meglio che ho potuto una donna reale, con ambizioni, paure e le normali contraddizioni di un essere umano. Sono una romantica, e mi piace pensare che Lizzie, in qualche modo, abbia ricevuto l’abbraccio delle mie parole, e che ne abbia colto l’affetto, che il mio omaggio, insomma, le sia stato gradito.

Esiste un momento specifico della tua ricerca in cui hai sentito di aver "incontrato" davvero Elizabeth? Un dettaglio che te l'ha resa improvvisamente viva?
Lizzie ci viene raccontata spesso come distante, altera: come sovente capita alle persone riservate, non veniva compresa da tutti. Ma c’è un particolare schizzo di Gabriel in cui è rappresentata mentre lo dipinge: lui ha i piedi appoggiati su una sedia, posa immobile, lei è protesa in avanti, sul foglio, colta nell’attimo della creazione. Ecco, lì ho visto Lizzie, devota alla sua arte, appagata, nel tepore del suo studio. È un’immagine intima, che mostra Lizzie intenta a fare quello che la rendeva felice. Avere, in qualche modo, la possibilità di osservarla mentre disegna mi ha permesso di vederla meglio, e quella è stata la Lizzie che ho cercato di raccontare nel mio libro, non una donna immobile sulla tela, ma vivace, creativa, privata.
Elizabeth rappresenta una delle prime donne che tentarono di conquistare indipendenza economica attraverso l'arte. Da dove deriva secondo te questa modernità di sentimenti, volontà e visione della vita?
Lizzie era, per natura, dotata di una grande libertà interiore, ma forse non sarebbe riuscita a emanciparsi completamente dalle gabbie mentali del tempo se non fosse entrata in contatto con i giusti stimoli intellettuali. Tutti noi dobbiamo le nostre scelte non solo al nostro carattere, all’attitudine naturale, ma anche agli incontri che plasmano la nostra esistenza. Lizzie, la cui mente era già predisposta a mettere in dubbio leggi e doveri, a interrogarsi sui propri desideri e sulle aspettative della società, ebbe la fortuna di poter discutere con un gruppo di giovani ribelli che, come lei, aspirava all’assoluta libertà. Credo che l’incontro con i preraffaelliti sia stato determinante nella sua crescita personale e artistica.
Lo sappiamo: la società dell'epoca imponeva limiti enormi alle aspirazioni femminili. La forza rivoluzionaria di Elizabeth è riuscita a farsi sentire in questo contesto oppressivo, ma solo in parte. Cosa invece secondo te l’ha frenata da uno sviluppo della propria storia felice e sereno?
La relazione con Gabriel è stata un’arma a doppio taglio, per Lizzie, perché se da una parte lui l’ha spronata a dipingere e migliorarsi, dall’altro la sua è stata una presenza ingombrante, scomoda, perché ha sempre considerato Lizzie quasi una sua creatura. Inoltre, la salute cagionevole ha sicuramente minato la sua vita artistica. Chissà quanto altro avrebbe potuto creare se non fosse stata tormentata da malesseri, se non fosse morta così giovane.
Cosa può insegnare Elizabeth Siddal alle donne di oggi? Quale eredità della sua esperienza hai sentito di voler trasmettere con maggiore urgenza?
La libertà creativa. Lizzie persegue la propria libertà, cade e si rialza, e continua ad assecondare la spinta interiore alla creatività. Il mondo va di fretta, tutto quello che non è guadagno sembra essere di nessuna importanza, ma Lizzie parla ai lettori per chiedere di immergersi ancora nella poesia, nei sogni, di credere al potere creativo, di non perdere mai la fiamma che spinge a immaginare, dipingere, scrivere. Lizzie parla d’arte, e dice alle donne di credere alla propria arte.
Se potessi fare una sola domanda a Elizabeth Siddal, quale sarebbe? E come immagini che ti risponderebbe, con quella voce che hai imparato a conoscere così bene attraverso la scrittura?
Le chiederei di raccontarmi un ricordo felice. Molto spesso la sua vita ha avuto risvolti tragici, è stata duramente colpita da eventi drammatici e così è stata resa leggendaria, la donna sventurata che annega nell’Ofelia di Millais. Mi piacerebbe chiederle di raccontarmi qualcosa di bello, e sarei contenta di vederla sorridere. Mi immagino che parlerebbe d’arte, della sensazione unica e terribile di trovarsi davanti alla tela bianca, pronta a riempirla dei propri colori, della propria fantasia. Oppure, chissà, mi racconterebbe di una passeggiata al tramonto, della magia di quella natura che tanta parte ha nelle sue poesie.
Il tuo percorso letterario unisce figure femminili straordinarie: Mary Shelley, le sorelle Brontë, Elizabeth Siddal. Cosa ti attrae così profondamente verso queste anime creative che hanno sfidato il loro tempo?
Provo una profonda ammirazione per gli spiriti liberi, per chi si sente diverso e sfida la società per realizzare il proprio destino. Ammiro le donne che, in un mondo costruito a misura d’uomo, hanno trovato il coraggio e la forza di essere fedeli al proprio spirito, a dispetto dell’ostracismo di una società ostile. Provo un profondo rispetto per chi ha la forza di perseguire i propri sogni, di cercare la propria libertà. Inoltre, credo che l’arte, l’immaginazione, siano delle forze dirompenti, e provo una grande ammirazione per le menti creative. Ho dedicato i miei romanzi a donne che trovo incredibili, meravigliose, a donne che ammiro e per le quali provo profondo affetto, e ti confesso che sono molto protettiva nei loro confronti: dopo aver trascorso tanto tempo in loro compagnia, le sento davvero vicine.
Come gestisci emotivamente l'immedesimazione con personaggi femminili che hanno vissuto vite così straordinarie, intense e spesso dolorose?
A volte non è semplice, come chi mi vive vicino sa bene! Man mano che procedo con le letture che anticipano la scrittura, inizio ad avere una visione sempre più chiara di questi personaggi, a sentire sempre di più le loro emozioni. Quando inizio a scrivere, poi, mi immergo completamente in loro, mi fondo quasi con le loro esperienze. Ti confesso che ci sono stati momenti davvero dolorosi durante la stesura dei romanzi (uno su tutti, parlando di Lizzie, la scena della nascita della sua bambina) che mi hanno lasciato molto provata. Non tutta la creazione, però, è sofferenza: ci sono volte in cui mi devo staccare a forza dal computer per gli impegni della vita, e sono pervasa da un’euforia che non saprei descrivere se non come febbre da scrittura. La parte più difficile, per me, è dire addio alle mie eroine: dopo tanti mesi trascorsi nella stessa pelle, quando il libro è finito mi sento spaesata, orfana, come se avessi perduto una persona amata. Allora mi consolo ascoltando le canzoni più tristi, malinconiche, e so che solo l’eccitazione di un nuovo progetto potrà guarirmi del tutto dalla nostalgia.
Hai mai avuto momenti di "conflitto" con i “tuoi” personaggi? Situazioni in cui ti sei rammaricata delle loro scelte e avresti voluto vederle farne di diverse da quelle storicamente documentate?
Certo! Nella storia di Lizzie, più di una volta avrei desiderato entrare nel libro, parlarle, darle un consiglio come una madre o una sorella. Ci sono scelte che non ho approvato, anche se le ho capite, e che avrei preferito che non prendesse. E Gabriel, oh, più di una volta avrei voluto fare con lui un bel discorso… ma non è questo il mio compito! Mi attengo alla storia, sospendo il giudizio e lascio che i personaggi facciano quello che ritengono giusto, senza interferire.
Ha già in mente altre figure femminili del passato che meriterebbero di essere raccontate? Ci sono tantissime donne che la storia ha dimenticato e che meriterebbero di essere raccontate!
Sì, ci sono moltissime donne di cui mi piacerebbe scrivere. E la protagonista del mio prossimo romanzo è una delle persone che ammiro di più e che ha contribuito, con i suoi scritti, alla mia formazione: si tratta di Virginia Woolf. So bene che non ha certo bisogno di me per essere ricordata, eppure ho deciso di parlare di lei proprio perché la ammiro moltissimo, e non potevo trattenermi dal vestire, per un po’, i suoi panni. Scivolare sotto la sua pelle per riuscire a raccontarla mi ha coinvolto molto, sono grata per questo bellissimo viaggio e adesso, se possibile, la amo ancora di più. E non vedo l’ora di condividere con voi questo piccolo omaggio che le ho dedicato.
Le storie di donne coraggiose come Elizabeth Siddal continuano a ispirarci e a ricordarci l'importanza di non perdere mai la fiamma creativa che arde dentro di noi. Grazie a Martina Tozzi per averci regalato questo incontro e per aver saputo restituire voce a una delle figure femminili più affascinanti dell'arte ottocentesca.
E voi, care lettrici di Lady Nostalgia, quale musa del passato vorreste vedere protagonista di un romanzo? Raccontatecelo nei commenti!