«Marguerite mon amour»: in viaggio con Marguerite Duras, intervista a Federica Lauto
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Continua la piccola serie di conversazioni con le scrittrici che amo: voci di donne che fanno della lettura e della scrittura un modo di stare al mondo, esattamente come molte di voi che leggono qui.
Oggi intervisto Federica Lauto, autrice di Marguerite mon amour (Le plurali, 2024), il romanzo che ha scritto per i centodieci anni dalla nascita di Marguerite Duras, ripercorrendo zaino in spalla i luoghi della scrittrice, dal Vietnam fino a Parigi, sulle tracce di Erica, la sua protagonista, e del fantasma di Duras stessa.

L'ho cercata perché chi ama Lady Nostalgia, lo so, è prima di tutto una lettrice: una donna che attraverso i libri ha viaggiato, a volte anche fisicamente, e che dei suoi autori finisce per amare anche le case, le città, le stanze.
È un sentimento che conosco bene, ed è lo stesso da cui nascono le mie creazioni. Così le ho chiesto di Duras e della sua scrittura fatta di frasi brevi e potentissime, di Parigi, dei fantasmi che tornano nei suoi scritti, e delle case che, come scriveva la Duras, sono tutte abitate, perché dentro restano le tracce di chi c'è stato prima di noi.
Le lascio la parola.
Su Marguerite e il libro
Marguerite Duras è un nome che molti hanno sentito ma non tutti hanno davvero letto. Come la racconteresti a chi non la conosce e vuole avvicinarsi ai suoi romanzi per la prima volta? Da dove cominciare?
Mi piace molto parlare di Duras.
C'è anche un film che in francese si intitola così, Je voudrais parler de Duras (Vorrei parlare di Duras), di Claire Simon, che consiglio: nel film si vede un attore che impersona Yann Andréa, il suo ultimo amante, che cerca di parlare di lei, di lei che l'ha completamente assorbito e schiacciato. Io non sento che Duras mi abbia schiacciato, ma di sicuro mi ha assorbito.
Ed è così che la descriverei a chi non la conosce: una scrittrice avvolgente, perturbante, scandalosa, a volte incomprensibile ma indomita e coraggiosa, una scrittrice della passione, che ha saputo viaggiare attraverso le sue sofferenze per farne alta letteratura, ha inventato un suo linguaggio, un suo cinema perfino; è nata in luoghi esotici che di continuo ripercorre nei suoi libri perché sono diventati luoghi, e modi, dell'anima.
Per cominciare a leggerla suggerisco un grande classico, L'amante, che si diceva arrivasse a chili nei camion della casa editrice, da quanto si vendeva, e che resta un libro bellissimo (esiste anche una versione graphic novel molto bella).
Poi suggerisco di leggere L'amante della Cina del nord, che è la stessa storia ma scritta anni dopo: credo che solo lei abbia fatto una cosa del genere, riscrivere la stessa storia facendone un libro diverso. E poi consiglio il mio preferito, Il rapimento di Lol V. Stein, che era piaciuto molto allo psicoanalista Jacques Lacan, il quale diceva, con poca modestia, che Duras aveva capito i suoi insegnamenti senza studiarli. Infine La vita materiale, libriccino con testi brevi e autobiografici con cui io l'ho scoperta e mi sono innamorata di lei.
Prima di Marguerite, quali sono state le letture che ti hanno formata? E cosa ti ha colpita di lei, cosa hai trovato di differente?
Prima di Marguerite, e anche dopo, i miei preferiti restano Italo Calvino, Banana Yoshimoto, Milan Kundera, Charles Dickens, Amélie Nothomb, Gabriel García Márquez, Irène Némirovsky e naturalmente Jane Austen. Insomma, scritture e scrittori di tutti i paesi. La letteratura mi ha fatto viaggiare, a un certo punto letteralmente, visto che sono venuta a Parigi. In Duras, però, quello che ho trovato di diverso e che non smette di colpirmi è come usa le parole. Mi dicevo: ma come è possibile che frasi così corte possano essere così potenti? Cosa raccontano e come fa?
Nel libro Marguerite spiega a Erica la sua idea di "scrittura corrente": scrivere senza spiegare, abbandonarsi alla vertigine del racconto. È un approccio che hai fatto tuo, o ti spaventa ancora?
Sorrido nel risponderti perché non lo so.
Duras parla, in effetti, di scrittura corrente per spiegare il movimento della mano che corre sul foglio. La mente arriva dopo. In questo modo non si dà credito a tutte le voci che ci discreditano, non ci si frena, ci si autorizza a dire tutto ciò che si pensa. È una scrittura che parte dal sentire e che in lei recupera storie e luoghi del passato. Il passato è rievocato di continuo in Duras, soprattutto a partire da L'amante (ma ce ne sono tracce anche prima, basti pensare a Una diga sul Pacifico), ed è grazie a questo passato che lei non ha paura di raccontare — anche perché nel frattempo tutti i membri della sua famiglia erano morti e nessuno poteva più dirle niente — che lei diventa famosa. E non smette più di raccontarsi.
Dopo, però, c'è tutta una fase di riscrittura in cui lei riguarda e corregge. Ma è un lavoro che viene dopo. Io mi sto autorizzando a farlo, mi sto autorizzando a passare dalla biografia all'autobiografia, ed è qualcosa che mi costa molto. Sto utilizzando spesso la scrittura a tempo, per lasciar andare a mia volta la mano libera, e ho ripreso la scrittura a mano perché mi sono accorta che le cose che scrivo così sono più libere e vere. Dopo, o da un certo punto in poi, scrivo al computer, ma ritorno alla scrittura a mano quando non so come proseguire. Comunque sì, scrivere delle cose vere di me a volte mi spaventa ancora, oppure ho paura che sia noioso, che la mia vita non sia interessante.
Scrivendo questo libro, c'è qualcosa che hai scoperto su Marguerite che ti ha davvero sorpresa, qualcosa che non ti aspettavi di trovare?
Ho scoperto un sacco di cose scrivendo questo libro. Non saprei elencartele tutte.
Ho scoperto una lingua nuova, sulle e per leggere le sue biografie, che in italiano non sono state tradotte, e così ho scoperto dettagli sulla sua vita che quando leggevo i suoi romanzi in italiano avrei voluto sapere e non potevo.
Adesso per me Duras è diventata la mia geografia: conosco talmente a memoria degli episodi della sua vita che vengono rievocati nei libri e nei documentari — perché qui in Francia escono di continuo libri su di lei — che mi sembra di stare in una grande casa e di volta in volta posso scegliere in che stanza entrare: la stanza dell'Indocina, la stanza del suo amore scandaloso con l'amante cinese, la stanza di Duras regista, di Duras e le sue relazioni incasinate, la stanza della sua dipendenza dall'alcool, quella di lei che lavorava per la Resistenza, o di lei davanti al mare di Trouville — città della Normandia che è diventata la mia seconda casa — o di quella nella grande casa di Neauphle, e di questo o quel libro. Per me lei è un mondo noto ma infinito.

In Italia Marguerite non viene ristampata quasi da quarant'anni. Secondo te è dovuto ai lettori che cercano qualcosa di diverso, o alla mancanza di coraggio editoriale?
Alla mancanza di coraggio editoriale, a un misterioso disinteresse degli editori e soprattutto al fatto che Duras è una scrittrice che disturba, che naviga nell'ambiguità, che sfiora la distruttività: è un'autrice che fa paura.
E forse gli editori credono che gli italiani e le italiane vogliano solo libri chiari, lineari e stupidi. Forse credono che non sappiamo leggere. Ma così si privano i lettori e le lettrici italiani di un patrimonio immenso.
Hai l'impressione che l'editoria italiana fatichi ancora con le voci femminili scomode? In Francia la situazione è simile o migliore?
Sì. Una volta ho bisticciato in treno con un signore che mi aveva visto con due libri che parlavano della scrittura delle donne e, incuriosito, mi ha fatto qualche domanda. In mano avevo Vietato scrivere. Come soffocare la scrittura delle donne e gli ho detto che spiegava le classiche tecniche con cui viene sminuito da secoli quello che le donne scrivono. Lui sosteneva che forse una volta era così ma oggi si pubblicano più autrici che autori, quindi non è vero. In realtà basta vedere a scuola quanti autori maschi e quante autrici donne studiamo e scopriremo il dislivello. E poi bisogna vedere quanti di questi libri pubblicati resteranno, e come vengono valutati. Esiste ancora l'idea che le donne scrivano soprattutto di cucina o famiglia. La stessa Duras diceva di essere stata criticata dal suo amante quando gli faceva leggere i suoi scritti (ma anche da Sartre e da altri), e quando lei scrive di famiglia in realtà racconta anche di guerra, colonialismo, di resistenza: aveva capito che la vita, e anche la famiglia, sono mischiate a molte cose.
In Francia la situazione mi sembra migliore, il MeToo è stato molto sentito, c'è — almeno a Parigi — più spigliatezza e modernità su certe questioni, anche se alcuni aspetti della lingua tradiscono, secondo me, delle sfumature maschiliste. E mi sembra anche che in Francia si legga un po' di più che in Italia, almeno a Parigi, forse perché si prende spesso il métro e bisogna passare il tempo.
Ho adorato l'idea del fantasma come compagna di viaggio. Come hai deciso di usare questo espediente narrativo? Era un modo per sentirti più vicina a lei, o per tenerti a distanza di sicurezza?
Non so come mi è venuto, ma mi sono resa conto che i fantasmi ultimamente spuntano spesso nei miei scritti. Forse perché mi piace pensare a una forma di continuità fra la vita e la morte che passa attraverso la scrittura. O forse perché con la scrittura possiamo far accadere tutto ciò che vogliamo, anche che io incontri Marguerite Duras. E anche perché la scrittura allinea le epoche, crea connessioni: secondo me è un medium potentissimo. Sto leggendo in questi giorni delle cose sull'Antico Egitto, e gli Egiziani, per esempio, inscrivevano le pareti delle loro tombe di formule che dovevano aiutarli a superare l'esame della loro anima prima di accedere all'eternità. Avevano scolpito quelle parole nella pietra perché li accompagnassero durante la morte. Di sicuro, comunque, tornando al mio libro, creando un'avventura che coinvolgesse me e lei e ci legava, volevo sentirmi più vicina a Duras. Mi sono lasciata avvolgere da lei, come Erica, la protagonista del mio libro.
Hai incontrato Jean Mascolo, il figlio di Marguerite, nella sua casa di Neauphle-le-Château, lo stesso posto dove lei lavorava, girava film, coltivava la sua solitudine. Com'è stato ritrovarsi in quel giardino che lei chiamava "il parco", cenare nella sua cucina, dormire in una delle sue stanze?
Quando sono arrivata a Neauphle e Jean Mascolo mi ha dato il permesso di girare per tutta la casa, mi sono messa a piangere. Allora non parlavo una parola di francese, sapevo giusto una frase che mi ero preparata con Google Translate in cui dicevo che ero una grande fan di Duras e che ero andata fin lì per scrivere un libro su di lei. Jean Mascolo, detto Outa, è stato molto colpito da questo. E poi è cresciuto un po' con l'intellettuale Elio Vittorini e la moglie Ginetta, dunque ama l'Italia e ci è stato tante volte.
Ci sono tornata varie volte, a Neauphle, dopo. Dapprima mi sembrava di stare in un film, un film di Duras o su Duras, poi era come stare a casa dei nonni. C'era anche una camera, sempre la stessa, in cui io e il mio ex ci siamo fermati spesso a dormire. La nostra camera a Neauphle, ci credi? Avrò più di trecento foto della casa e del "parco". Outa, poi, ci ha prestato le chiavi dell'appartamento di Trouville, in Normandia, un altro posto dove Duras ha molto scritto e filmato, e lì abbiamo girato un cortometraggio che si può trovare su YouTube e si chiama Toutes les maisons sont habitées. È una citazione di Duras che si trova nel suo libro Scrivere, un libro bellissimo e di recente rieditato in italiano, e vuol dire "Tutte le case sono abitate", perché dentro c'è la nostra anima, ci siamo noi e i pezzi di chi c'è stato prima di noi. Ci sono le tracce delle feste, delle chiacchiere, dei pasti, dei film che ci vediamo. E quella di Neauphle è una casa ancora viva, dove ci sono ancora molte cose. Adesso c'è anche una mia foto con Outa e una copia di Marguerite mon amour.

Nel libro si sente forte l'idea che i luoghi ci abitano quanto noi abitiamo loro. Come l'hai sviluppata, e come ti condiziona nel tuo lavoro?
Me ne sono accorta scrivendo. Adoravo i luoghi delle scrittrici che adoravo, mi affascinavano quanto la loro opera. Penso che le abbiano forgiate, e credo davvero che possa cambiare molto nella nostra vita il luogo in cui viviamo. Dipende da come siamo fatte, da cosa cerchiamo e dalle vibrazioni di un posto. Io, per esempio, in una piccola cittadina di provincia mi sentivo morta, per me la mia vita era finita, mentre a Parigi adoro l'immensità delle possibilità che ci sono, l'offerta culturale, il numero incredibile di cinema, gallerie d'arte, mostre, e il fatto che cambiano di continuo. Amo tutto quello che mi offre questa città, anche se non faccio tutto: mi basta che ci sia, che si possa. Direi che tutto questo mi ha condizionato al punto da farmi lasciare il mio paese. Ma tanto la mia patria sono i libri.
Su Federica scrittrice

Questo è il tuo secondo romanzo su una scrittrice, dopo il libro su Irène Némirovsky. Sono parte di un percorso preciso, o è ogni volta un nuovo innamoramento per una scrittrice a portarti a romanzi di questo tipo?
È di sicuro legato a un innamoramento e alla voglia di documentarmi quando mi interessa un'autrice. Voglio scoprire come ha fatto a diventare quella che era, come ha vissuto e dove. Mi interessano le scrittrici perché forse possono rivelarmi che tipo di donna sono o posso essere.
So che sei anche psicoterapeuta. Quanto questo sguardo ti condiziona nel modo in cui racconti le vite di queste scrittrici?
Cerco di non farmi condizionare troppo, nel senso che non voglio certo trasformarle in casi clinici! Ma di sicuro lo sguardo psicoterapeutico e psicoanalitico spunta, per esempio, nel cercare le cause e tracciare legami fra gli eventi. Direi però che non è la mia formazione, quanto la mia curiosità di base, che mi ha portato sia verso la psicoterapia sia verso la scrittura. A lungo ho pensato di dover scegliere fra l'una e l'altra; adesso che sono a Parigi sento che Parigi mi aiuta a unirle, ma non so ancora dirti perché e come lo faccia.
La protagonista Erica ha trent'anni, ha lasciato l'università e lavora in un supermercato. Quanto c'è di te in lei, e quanto è invece un personaggio costruito appositamente?
Ho inventato e allo stesso tempo messo in lei degli aspetti miei. Anche Erica ha studiato a Padova, anche lei odia gli spritz, trova inutile ubriacarsi e mal sopporta certi insegnamenti che la allontanavano dalla professione. Anche lei ama i libri, Duras, tende a buttarsi nelle cose e affronta anche quello che le fa paura. Io, al contrario di lei, però, a Padova sono restata, ho finito i miei studi, e nessun editore mi ha pagato un viaggio per vedere i luoghi di Duras. Come mi diceva una collega scrittrice, questo elemento del mio romanzo è praticamente fantascienza!
C'è qualcosa di lei che non sei riuscita a mettere nel libro, e che vorresti far sapere a chi ci legge?
Se parli di Duras, nella versione finale ho tagliato molte cose per esigenze editoriali e altre le ho riassunte, dunque ci sarebbero di certo ancora cose da dire. Anche perché, come ti dicevo, in Francia continuano a uscire libri su di lei. Però sono saggi: di romanzi non ce ne sono. Quello che vorrei far conoscere di lei sono soprattutto i suoi libri. Quindi spero che il mio romanzo faccia venire voglia di andarli a cercare.
Su Parigi e il vivere altrove
Sei andata a Parigi per Marguerite, ma hai deciso di viverci. Raccontaci com'è trasferirsi in una città "da sogno" e viverci il proprio quotidiano.
Ho avuto fortuna, perché qui è difficile trovare appartamento e io l'ho trovato subito. Mi sono detta: parto per due mesi durante l'estate, se trovo casa resto, se no torno. L'ho trovata il primo giorno. Ma avevo anche molta determinazione: non mi chiedevo se ce l'avrei fatta, ma come potevo farcela. Ho cominciato a parlarne a tutti, ed è venuto fuori che tutti non solo mi sostenevano, ma conoscevano qualcuno a Parigi, o conoscevano qualcuno che conosceva qualcuno a Parigi, perché di italiani qui siamo in tanti.
Ho iniziato a lavorare online e adesso lavoro in presenza e nelle due lingue. Faccio danza, ho degli amici. La città resta costosa e a volte faticosa. Ma per ora resta ancora un mio grande amore. Vivere qui è bello, ma sai che devi farti in quattro. Questo però ti spinge a ottenere risultati che forse in Italia non avresti raggiunto, ed è una città che offre molte possibilità lavorative.
Qual è il luogo a Parigi dove vai quando hai bisogno di ritrovare l'ispirazione per scrivere?
Mi piace molto il quartiere di Montparnasse, dove tra l'altro c'è il cimitero di Montparnasse e la tomba di Marguerite, che a volte vado a trovare; e poi mi piace andare al jardin delle Tuileries, dove se fa bello si può prendere il sole e leggere. Una volta c'era un café tutto rosa che si chiamava Mamy Rosa, che adoravo, con abat-jour e fenicotteri di plastica sul soffitto, ma adesso l'hanno reso un café banale: è stato un trauma. E poi mi piacciono le grandi biblioteche. E un café un po' nascosto al primo piano della libreria inglese Smith & Son's a Concorde. Infine, un altro posto che mi ispira molto è la fontana Medicis nei giardini del Lussemburgo.
Cosa ti manca dell'Italia?
Dell'Italia mi manca il cibo, soprattutto il gelato e la pizza. Credevo che il gelato fosse buono in tutto il mondo, invece qua fa schifo. Anche se hanno delle ottime pâtisseries e cioccolate calde. E poi mi manca la lingua, anche se lavoro ancora tanto in italiano. E il sole, soprattutto il sole.
Se leggendo Federica ti è venuta voglia di portare con te un mondo — non solo con la mente, ma anche addosso — è esattamente da qui che parto ogni volta: da un francobollo autentico, che ha davvero viaggiato e che porta con sé del tempo vero, fatto rivivere in un pezzo unico da tenere vicino.
Le mie creazioni per chi ama leggere le trovi qui:
- https://www.ladynostalgia.it/collections/lettrici
- https://www.ladynostalgia.it/collections/gioielli-letterari-francobolli-vintage
E tu, qual è la scrittrice di cui ameresti visitare le case? Raccontamelo nei commenti.
Domande frequenti
Chi è Federica Lauto?
Federica Lauto è una scrittrice e psicoterapeuta che vive a Parigi. È autrice del romanzo Marguerite mon amour (Le plurali, 2024), dedicato a Marguerite Duras, e in precedenza ha scritto un romanzo ispirato a un'altra scrittrice, Irène Némirovsky.
Di cosa parla «Marguerite mon amour»?
È un romanzo uscito per i centodieci anni dalla nascita di Marguerite Duras. Erica, trent'anni, riceve l'occasione di scrivere un libro sulla sua autrice preferita e parte per un viaggio sui luoghi di Duras, dal Vietnam a Parigi, accompagnata dal fantasma della scrittrice.
Da dove cominciare a leggere Marguerite Duras?
Federica Lauto consiglia di iniziare da L'amante, poi Il rapimento di Lol V. Stein e infine La vita materiale, il piccolo libro autobiografico da cui lei stessa è partita.
Cos'è la "scrittura corrente" di cui parla Duras?
È l'idea di scrivere lasciando correre la mano sul foglio, partendo dal sentire e senza spiegare: la mente, e il lavoro di riscrittura, arrivano dopo.
1 commento
Ho letto questo articolo con molto interesse. Conoscevo già Margherite Duras, mi sono sempre riproposta di leggere “L’amante”,ma ad oggi non l’ho ancora fatto. Questo articolo giunge proprio come la spinta che serviva. Tra poco partirò per le vacanze,lo porterò e finalmente lo leggerò
Grazie Noemi per le tue newsletter, sempre ricche e interessanti